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25/11/2008 news
Le parole chiave dell'Ecuador
Mi querido Ecuador, fotografia di un popolo emigrante
 
COPERTINA_MIQUERIDO.JPGDai viaggi della speranza al sapore struggente dei cibi di casa, dai luoghi di incontro e aggregazione nei parchi cittadini all’esperienza delle donne che, arrivate per prime in Italia, col tempo si sono tirate dietro le famiglie innescando una vera e propria catena migratoria: Mi querido Ecuador, sottotitolo Le parole chiave della comunità immigrata in Italia (edizioni Avagliano 2008, pp.139, euro 7) è un libro scritto per raccontare l’emigrazione ecuadoriana nel nostro Paese attraverso un alfabeto in venticinque voci, che va dalla “A” di aviòn, ad indicare gli “aerei della speranza”, alla “Z” di “Zapatero a tus zapatos”, “calzolaio fa’ il tuo mestiere”, per dire che è ora di rimboccarsi le maniche e di assumersi ciascuno le proprie responsabilità per il futuro dell’Ecuador. A narrare l’esodo di massa dal più piccolo dei paesi andini due autori, l’economista Josè Galvez e la giornalista Rita Fatiguso, entrambi impegnati, sebbene in modi e da prospettive diverse, nello studio degli effetti pervasivi di una globalizzazione che porta con sé il trasferimento transcontinentale di merci e di persone. La caratteristica più interessante del volume sta però nel fatto che l’emigrazione dall’Ecuador all’Italia è letta in chiave dinamica: non dunque l’immagine di un gruppo staticamente ritratto nel paese di approdo, ma la fotografia di un popolo in viaggio dalle Ande all’Occidente, in seguito a una crisi economica violenta quanto un’eruzione del vulcano Tungurahua.

L’inizio dell’odissea migratoria del popolo ecuadoriano comincia nel 1999, quando il collasso del sistema bancario fa sprofondare nella più nera povertà i campesinos degli altopiani e peggiora le condizioni degli abitanti delle aree urbane. Il paese – spiegano gli autori – diventa “una nave che sta per affondare” e da quel momento l’unica chance per molti è partire. Questa volta però la nuova ola (ondata) non è più rivolta agli Stati Uniti, ma si dirige verso l’Europa, e in particolare verso la Spagna e l’Italia. E in breve tempo il lindo Ecuador, che conta appena 3,7 milioni di abitanti, si ritrova svuotato delle sue migliori energie: circa il 20% della popolazione attiva lascia, con rimpianto e nostalgia, “una terra ricca di diversità e di risorse naturali, dai vulcani alle banane, dalle rose alle isole Galàpagos”. Ma cosa accade cambiando totalmente prospettiva per guardare all’esodo ecuadoriano dall’Italia? Il nostro Paese è stato letteralmente sommerso dalla ola, che nel giro di pochi anni ha visto la comunità crescere in maniera smisurata. Dalle 1.632 presenze del 2000 siamo, infatti, passati alle 68.880 del 2006 fino alle stime attuali che parlano di 150 mila unità. Gli immigrati ecuadoriani in Italia lavorano in fabbrica e nei cantieri, puliscono uffici e trasportano pacchi da un capo all’altro della città. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di donne che, partite in avanscoperta, lavorano, risparmiano e alla fine riescono ad avviare la catena dei ricongiungimenti familiari. Non sempre però la ricostruzione delle famiglie ha buon esito, avvertono gli autori: considerate come mamme dollaro, quando riescono finalmente a far venire figli e mariti in Italia le donne ecuadoriane non hanno il tempo di star loro dietro. Ed ecco che i fragili equilibri già messi a dura prova dall’emigrazione si rompono definitivamente. A volte sono i figli a creare i maggiori problemi: si tratta di ragazzi cresciuti con i nonni che, sradicati di punto in bianco dal loro ambiente, diventano attori involontari di un progetto migratorio che non hanno scelto. Nel nostro Paese, infatti, i figli dell’immigrazione si trovano costretti a confrontarsi non solo con una famiglia con cui avevano perso quotidianità di relazione, ma soprattutto con un mondo nuovo e più difficile di quanto avessero previsto. E allora ecco che anche nelle città di Genova, Milano, Roma e Torino i giovani ecuadoriani cominciano a riunirsi nelle bande dei Latin King, che aggregano ragazzi tra i 15 e i 23 anni. Il fascino di questi gruppi risiede nella promessa di riscatto rispetto a quell’esodo dalla terra di origine che - come scrive Vittorio Rizzi, dirigente della squadra mobile di Roma, nella postfazione del volume - appare “troppo lontana per essere vissuta e ancora troppo dentro le loro vite per essere dimenticata”.

Una domanda, mai chiaramente esplicitata, corre lungo l’intero volume. Cosa è possibile fare per il  popolo ecuadoriano in bilico tra la necessità della fuga e la nostalgia del proprio Paese? Nel 2007 il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, lanciò un piano che intendeva spingere gli emigrati a tornare a casa attraverso una serie di benefici fiscali e proposte di reinserimento e formazione. Ma a quanto pare il Plan retorno non ebbe il successo sperato. Se nel giro di pochi anni un paese si svuota delle sue forze migliori vuol dire che qualcosa non ha funzionato o perlomeno che gli errori non sono stati sanati in tempo utile. E a questo punto è necessario che ciascuno faccia la propria parte e il proprio mestiere o, come dice il proverbio, “zapatero a tus zapatos”. A questo proposito Galvez e Fatiguso provano a proporre qualche soluzione per rendere l’emigrazione meno faticosa per chi decide di restare e l’eventuale rimpatrio più allettante per chi sceglie di tornare. Bisognerebbe dunque promuovere accordi bilaterali per il riconoscimento di titoli e qualifiche professionali dei migranti nei paesi di approdo e, soprattutto, destinare una parte delle rimesse alla realizzazione di progetti finalizzati allo sviluppo locale. In questo modo gli ecuadoriani potrebbero pensare seriamente di approfittare del Plan retorno e il sogno di chi vuol tornare nel lindo Ecuador potrebbe finalmente diventare realtà.
 
di Antonella Patete
piedino
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