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30/04/2013 news
Sviluppo sostenibile e felicità umana nelle parole del Presidente dell’Uruguay
Il discorso di José Pepe Mújica, Presidente dell’Uruguay, nel Vertice della CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani) tenutasi a Santiago, in Cile, il 26 e 27 gennaio 2013.

(…)
Permettetemi di porre alcune domande ad alta voce.
Per tutto il pomeriggio si è parlato di sviluppo sostenibile. Di fare uscire le masse dalla povertà. Che cosa passa nelle nostre teste? Il modello di sviluppo e di consumo che vogliamo è quello attuale delle società ricche? Mi faccio questa domanda: cosa accadrebbe in questo pianeta se i popoli indigeni possedessero la stessa percentuale di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno ci resterebbe per poter respirare?

Per essere più chiaro: il mondo dispone di risorse sufficienti affinché 7 o 8 mila milioni di persone possano avere lo stesso livello di consumo e di spreco che hanno le più opulente società occidentali? Sarà possibile tutto questo?

O dovremmo invece fare discorsi di altro genere?

La civiltà in cui oggi viviamo l’abbiamo creata figlia del mercato, figlia della concorrenza, portatrice di un progresso materiale portentoso e esplosivo.
Ma l'economia di mercato ha creato società di mercato. E ci ha offerto questa globalizzazione, il cui sguardo copre l'intero pianeta.
Stiamo governando questa globalizzazione o è lei che governa noi?

È possibile parlare di solidarietà e dello “stare tutti uniti" in una economia basata sulla concorrenza spietata? Fino a che punto arriva la nostra fraternità?

Non dico questo per negare l'importanza di questo evento. Al contrario: la sfida che abbiamo dinanzi è di grandezza colossale e la grande crisi che stiamo vivendo non è ecologica, è politica.
L'uomo di oggi non governa le forze che ha scatenato, sono le forze scatenate a governare l'uomo. E la vita.

Noi non siamo giunti su questa Terra solo per svilupparci, così, in generale. Siamo venuti su questo pianeta per essere felici. Perché la vita è breve e se ne va. E nessun bene vale come vita. Questo è elementare.

Ma lavorando e lavorando per consumare un "plus", la vita mi sfuggirà. E la società dei consumi è il motore di tutto ciò. Perché, in definitiva, se il consumo si paralizza si ferma l'economia, e se si ferma l'economia appare il fantasma della stagnazione per ciascuno di noi.
Ma è proprio questo iper consumo quello che sta “aggredendo” il pianeta.

Un iper consumo forzato: si producono cose che durino poco, perché si deve vendere molto. E una lampadina elettrica, quindi, non può durare più di 1000 ore accesa. Eppure ci sono lampadine che possono durare 100 mila ore!
Ma questo no, non si può fare, perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere una civiltà di "usa e getta", e cosi ci troviamo in un circolo vizioso
Questi sono problemi di carattere politico.

Ci stanno indicando che è il momento di iniziare a combattere per un'altra cultura. Non si tratta di prospettare il ritorno all’uomo delle caverne, o di fare un "monumento al passato".
Ma non possiamo continuare indefinitamente ad essere governati dal mercato. Dobbiamo dominare il mercato.
Per questo dico, a mio modesto modo di pensare, che il problema che abbiamo è di carattere politico.
I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca, ed anche gli Aymaras – dicevano che “povero non è colui che ha poco, ma chi ha bisogno di infinitamente tanto. E desidera sempre di più”.
Questa è una chiave di carattere culturale.

Così, apprezzo gli sforzi e gli accordi che si fanno.
E li accompagno, come governante.

So che alcune cose che sto dicendo “stridono”.
Ma dobbiamo renderci conto che la crisi dell'acqua e dell'aggressione all'ambiente non è la causa.
La causa è il modello di civiltà che abbiamo costruito.
Quello che dobbiamo rivedere è il nostro modo di vivere.
Faccio parte di un piccolo Paese ben dotato di risorse naturali. Nel mio Paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti.
Ma ci sono circa 13 milioni di mucche, tra le migliori del mondo, e circa 8 o 10 milioni di stupende pecore.
Il mio paese è un esportatore di prodotti alimentari, prodotti lattiero-caseari, carne.
È una pianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile.
I miei compagni lavoratori hanno combattuto duramente per ottenere le 8 ore di lavoro giornaliere. E ora stanno ottenendo le 6 ore. Ma chi ha sei ore, può avere due posti di lavoro; e quindi, lavorare più di prima.
Perché?
Perché deve pagare tutta una serie di cose: la moto, l'auto, rate e rate e quando se ne accorge, è un uomo anziano al quale è sfuggita la vita.

Allora non si può non farsi questa domanda: è questo il destino della vita umana?
Solo consumare?

Queste cose che dico sono molto semplici: lo sviluppo non può essere contro la felicità.
Deve essere a favore della felicità umana, dell'amore per la terra, della cura per i bambini, dello stare insieme agli amici. E avere sì, le cose semplici.
Proprio perché è il tesoro più importante che abbiamo.
Quando lottiamo per l'ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento dell'ambiente si chiama "felicità umana".

piedino
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