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05/06/2013 news
Esperienze diplomatiche

In queste ultime settimane ho avuto la fortuna e sfortuna di richiedere tre differenti visti e notare le enormi differenza di comportamento di chi lavora nei differenti uffici.
Due dei visti sono richiesti da un ecuadoriano, il terzo è per la sottoscritta per poter lavorare in questo paese. Stiamo parlando di un visto per l’Irlanda, uno per l’Italia (e quindi spazio Schengen) e infine uno per l’Ecuador.
Premetto che in queste settimane dopo tutti i documenti richiesti sono stata felice di essere italiana e non aver bisogno di un visto per poter andare semplicemente in vacanza. Cominciamo con l’Irlanda. Qui in Ecuador non c’è l’ambasciata ma solo il consolato: è un piccola villetta all’estremo nord della citta. Prima di andare si prende appuntamento per telefono direttamente con la console (lo da in un paio di giorni più o meno). All’arrivo è lei stessa ad aprire, ci fa entrare in una piccola biblioteca - il suo studio nella sua casa privata - ci tratta con estrema gentilezza spiegandoci tutto nei minimi dettagli. In caso di documentazione incompleta, dà subito un nuovo appuntamento prima di spedire il tutto all’Ambasciata in Argentina. L’unica molestia, in questo caso, è che data la distanza prima di sapere se hanno accettato o meno la richiesta di visto si devono aspettare dalle 6 alle 8 settimane. Ho fatto richiesta a metà aprile e ancora non si sa nulla, nemmeno se sia stata o meno accettata.

ecuador - passaporti

Seconda situazione: la richiesta di un visto professionale per la sottoscritta. Dopo aver fatto diversi colloqui e aver chiaramente capito che molte imprese contrattano stranieri solo se gia muniti di visto, mi sono dovuta organizzare. Non potendo richiedere un visto lavorativo, ho deciso di richiedere il professionale, più o meno identico: l’unica differenza è che si puo richiedere da soli e si devono iscrivere i propri titoli di studio al SENESCYT, Secreteria Nacional de Educacion Superior, Ciencia, Tecnologia y Innovacion, una segreteria di Stato con l’incarico di gestire l’educazione del paese, che archivia tutti i titoli riconosciuti dal paese divisi per livello e per qualità dell’università. Per esempio, un nostro titolo di una qualsiasi università italiana è riconosciuto come un titolo della migliore università del paese.
In ogni caso, dopo aver richiesto il riconoscimento del titolo, se l’università si trova in una lista di università riconosciute dall’Ecuador, in una settimana si hanno tutti i documenti pronti. Oltre ai titoli si deve consegnare anche il certificato dei carichi pendenti, questo è stato un pochino più complicato perché non si può richiedere attraverso l’ambasciata italiana quindi ci deve pensare qualcuno in Italia. Poi il certificato deve essere apostillato, sempre in Italia. E una volta qui bisogna tradurlo e far notarizzare la firma del traduttore.
Con tutto questo ed altri documenti molto più facili da rintracciare si va direttamente in una delle sedi del Ministero degli Affari Esteri e si aspetta, in fila, il proprio turno. Consegnati i documenti ti comunicano che massimo in dieci giorni giungeranno notizie via email. Se la richiesta è accettata si pagano 320 dollari e si ha un visto per tutta la vita. Con qualche regola: per i primi due anni non si può uscire dal paese per piu di 90 giorni all’anno (regola tutto sommato accettabile calcolando che chi richiede un visto del genere in teoria lavora qui e non avrà mai tre mesi all’anno di ferie, purtroppo!).

Infine il mio incubo: l’Ambasciata d’Italia. Non direttamente per me ma per il mio ragazzo, ecuadoriano. Abbiamo cominciato le pratiche a metà marzo per richiedere l’appuntamento per consegnare i vari documenti. Un mese e mezzo di attesa. Nel frattempo, ti dicono, che si ha tutto il tempo per sistemare la documentazione necessaria. Sappiate che un ecuadoriano per entrare in Italia come semplice turista deve presentare documenti bancari e finanziari, atti di proprietà, contratti di lavoro o iscrizione all’università, un invito da parte di una persona italiana disposta ad ospitarlo nel paese ed a fornirgli una fideiussione bancaria.
Finalmente arriviamo in ambasciata: primo appuntamento e primo rifiuto (per aver portato nella cartella più documenti del dovuto). Anche il secondo appuntamento salta, per problemi di registrazione nel sistema. Ed il fatto che io sia italiana non aiuta: devo insistere perché mi facciano entrare (avrò il diritto di entrare nel ‘mio’ territorio!), ma una volta dentro non ho potuto fare molto. Se non si è in lista non si può fare nulla.
In ogni caso, finalmente al terzo o al quarto tentativo, nemmeno ricordo più, finalmente abbiamo il nostro visto per l’Europa. È stata dura, ma ci hanno concesso per una volta di andare in vacanza insieme. Speriamo solo non sia la l’ultima!

di Valentina, reporter da Quito

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