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Novembre 2010. Una delegazione del Credito Cooperativo è nuovamente in Ecuador per l'Ottava Missione. Momento principale del viaggio è costituito dall'Ottavo Incontro Ecuador-Italia, organizzato da Codesarrollo. La missione, che per la prima volta ha portato il gruppo in visita nella zona amazzonica ecuadoriana, è l'occasione per riflettere sul percorso compiuto in questi anni, con il Progetto Microfinanza Campesina.
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Giovedì 4 novembre
 
Alla volta di Quito
Roma Milano Venezia. Alle 6 siamo già tutti in aeroporto. Più o meno svegli, più o meno lucidi ma tutti certamente entusiasti della partenza. Neofiti e veterani del progetto Microfinanza Campesina. Primi saluti e presentazioni, poi argomento principe 'e il contenuto delle valigie: caramelle, quaderni, penne, giocattoli per bambini. Ma anche formaggi, olio, grappe per Tonello ed i volontari italiani che nonostante i tanti anni lontani dall'Italia non riescono a dimenticare i sapori mediterranei. Due ore di volo e siamo a Madrid. Qui il gruppo si compatta. Alla volta di Quito.
 
 
Venerdì 5 novembre
 
Il secondo giorno
ecuador - 2010Un paese fantasma. Così descrive Malchinguì Veronica Navarrete, la direttrice della cooperativa omonima.
A Malchinguì arriviamo in pullman, percorrendo il camino de los incas e dopo aver visitato le Piramidi del parco archeologico di Cochasqui, pieno di ‘cangahua’, una roccia vulcanica, e di lama.
 
In Quechua Cocha è ‘lago’, Squi ‘metà’. Nella cosmogonia preincaica il cielo è identificato con il lago e…non sappiamo bene come, ma tutto questo ha a che fare con il fatto che qui siamo sulla linea dell’equatore. Insomma, nella metà del cielo.
 
Alla cooperativa ci aspettano per il pranzo. Due gazebo bianchi, comprati per l’occasione, tavoli imbanditi e una tenda montata su un rimorchio a fare da schermo per il video di presentazione della comunità.
L’attenzione era però distolta dalle empanadas alla zucca servite come aperitivo. Cominciamo ad addentrarci nella gastronomia ecuadoriana. E l’impatto è forte: ecco subito il cuy, porcellino d’india, servito arrosto, ricco di proteine, senza colesterolo. Quasi nessuno ha rinunciato all’assaggio, ma c’è chi ha trovato la strategia giusta per dileguarsi con garbo: dare una mano a servire gli altri. È già stata definita la “MM’s strategy”. 
 
 
Sabato 6 novembre
 
Il sabato del villaggio (indigeno)
ecuador - 2010Siamo carichi, colorati, contenti. Di ritorno dal mercato di Otavalo con sciarpe, cappelli, collane e braccialetti, quadri, cuscini e addirittura amache. Nel pullman non ci si entra quasi più. È stata una giornata intensa, iniziata con la visita ad una azienda dove vengono coltivate 72 varietà di rose, tra cui inspiration, la famosa ‘rosa senza spine’. Qui un italiano sta compiendo una piccola rivoluzione verde. Per la coltivazione della regina dei fiori utilizza un metodo biologico perché, lui dice, è un’esigenza del pianeta. Ci racconta con passione il suo lavoro e, oltre ad una rosa, ci regala anche un consiglio: tre gocce di limone nell’acqua del vaso prolungano la vita di questi splendidi fiori.
 
Pijal è invece la cooperativa che ci aspetta per presentarci la loro attività nella comunità indigena. La cooperativa di Pijal, con 500 soci, fa parte della Refider, la rete finanziaria di sviluppo rurale delle province del nord (Imbabura, Pichincha e Carchi). Quello che ci colpisce, oltre alla già consueta accoglienza allegra e calorosa, è il numero di donne che rivestono ruoli di rilievo.
Ci accorgiamo presto che la conoscenza delle diverse culture e comunità non può non passare attraverso l’esperienza gastronomica. A Pijal proviamo la colada morada, un decotto di more e mirtilli con pezzi di babaco. Il tutto accompagnato da danze tradizionali. Non si può non lanciarsi a ballare!
 
Mercati e mercanti
di Aminata

Dicono che i bancari hanno dentro loro la capacità di contrattare:forse non hanno avuto a che fare con i commercianti del mercato di Otavalo.
Ci siamo recati al mercato dopo pranzo e, galvanizzati dalle danze tradizionali fatte nel ristorante, ci siamo buttati tra bancarelle multicolori e zeppe di prodotti di artigianato. Sapevamo che c’era da trattare, sapevamo che c’era da usare una mimica ed una tattica tali da spiazzare i commercianti, ma non sapevamo che i nostri interlocutori sarebbero state le più giovani e anziane donne in abiti tradizionali. Donne piccole di statura minute, ma con una tempra di ferro. Capaci di portare avanti trattative interminabili. Dietro ai loro sorrisi dorati e alle loro sciarpe e scialli lavorati a mano, le donnine ci aspettavano per iniziare estenuanti tira e molla, consapevoli solo loro dell’effettivo prezzo della merce. Così mentre ci allontanavamo dal mercato carichi di sacchi e sacchetti, convinti di aver avuto una performance commerciale degna dei migliori affaristi, sono certa che le signore sotto i loro grembiuli ricamati, si sono sfregate le mani.
 
La Capilla del Hombre
di Carlo
 
ecuador - guayasaminTarda mattinata: abbiamo poco più di mezz’ora per visitare uno dei posti più suggestivi di Quito. Siamo a “La capilla del hombre”. Una costruzione in pietra, solida e nel contempo leggera, evidente richiamo ad una architettura incaica destinata alla venerazione del sole. Se l’esterno colpisce per le sue forme, l’interno lascia il visitatore senza fiato.
Accediamo ad una vasta sala quadrata, illuminata centralmente da una cupola. Immediata la percezione di essere entrati in un luogo mistico, assolutamente fuori dall’ordinario: un mausoleo, un sacrario, una cattedrale laica in onore dell’uomo attraverso una galleria di opere sulle sofferenze e le speranze che costellano la vita dei popoli.
Cosa riportare da una rapida visita che ha fatto conoscere ai più del nostro gruppo un grande artista, di origini indigene, quali Osvaldo Guayasamin?

L’immediata empatia, il profondo coinvolgimento, il senso di grande tristezza che si trasforma spesso in rabbia, sono solo alcuni dei sentimenti che queste opere hanno suscitato in tutti noi.
Peccato non aver avuto più tempo, più calma, più silenzio per condividere con questo artista la ricerca sul vero significato dell’uomo e della vita.
“Mantengan encendida una luz, que siempre voy a volver”: tenete accesa una luce che tornerò sempre. Sono le parole di Guayasamin che sono state incise su una parete.
Noi, la luce – intravista attraverso le lacrime su volti scheletrici con orbite senza occhi – la terremo sempre viva, nella speranza di un risveglio della giustizia, così come rappresentato dalla bellissima metafora del quadro sul “mestizaje”. Crederemo sempre fermamente nel ritorno di una pace tra le genti, ispirato dall’opera “la tenerezza”: una madre che cinge dolcemente il suo bambino.

Prima di concludere, un ultimo pensiero personale. Le mani che Guayasamin ripropone in molte sue opere mi hanno fatto ricordare una persona che ho avuto la fortuna di conoscere qui in Ecuador, grazie agli amici di Codesarrollo.
Era un esule cileno che, a seguito delle torture dei seguaci di Pinochet, aveva perso l’uso di una mano. Costretto a fuggire per salvarsi, era approdato a Quito e faceva, lui ingegnere, il fotografo. Perse la vita nel suo nuovo Paese in una maniera assurda. Ucciso dalle esalazioni di fumogeni mentre riprendeva
una manifestazione politica a Quito.
Julio Garcia, così si chiama questo grande piccolo cileno, ha lasciato - oltre a tante bellissime foto - un ricordo e un’amicizia che contribuiscono a tenere accesa quella luce che tutti noi assieme a Guayasamin vogliamo e dobbiamo tenere accesa.
 
 
Domenica 7 novembre
 
L'arrivo a Coca
di Aminata
Dopo un volo di un’oretta circa siamo atterrati a Coca dove ad attenderci c’era un clima ben diverso da quello presente a Quito: caldo umido soffocante.
Durante le due ore di “ambientamento” alcuni di noi si sono riposati, altri hanno osservato gli animali nel lussureggiante giardino (scimmie, pappagalli e tapiri) e altri sono andati alla ricerca di t-shirt extra, visto che una maglietta qui ha una vita media di 4 ore…

Successivamente, attraverso il racconto della tragica morte di suora Ines Arango e Mons. Alejandro Labaka,abbiamo potuto comprendere come gli interessi delle società che si occupano delle estrazioni del petrolio passino sopra anche al rispetto per la vita umana. Dopo questo abbiamo preso parte ad una messa nella cattedrale di Coca (in realtà una deliziosa chiesetta moderna).
Una messa vivace e piana di giovani che cantavano e partecipavano con entusiasmo.
 
 
Lunedì 8 novembre
 
Mayon, Cicha e Masato. Alla scoperta dell’Amazzonia.
Mayon. Larve depositate da una specie di scarafaggio dentro tronchi di albero. Vengono raccolte e nutrite di sola farina per alcuni giorni. Le abbiamo mangiate cotte alla brace. Sanno di pollo affumicato!
Cicha. Yuca macinata e fermentata. L’abbiamo bevuta. Un sapore indefinibile.
Il Masato invece è una poltiglia ottenuta, sempre dalla Yucca fermentata. L’abbiamo “degustata” imboccati direttamente da una donna durante una danza cerimoniale. Sapeva di formaggio scaduto (da parecchio tempo).
Con questi generi di conforto siamo stati accolti dalla comunità di Pompeya, in piena foresta amazzonica, raggiunta dopo due ore di navigazione lungo il Rio Napo: in trenta su una lancia a motore. Nonostante il difficile impatto iniziale, l’atmosfera è stata così accogliente che in tanti siamo diventati soci della Caja de Ahorro y crédito di Pompeya. Raddoppiandone il patrimonio. Come in molti altri casi, notiamo con piacere che anche qui la leadership femminile è molto forte.

Abbiamo proseguito sul Rio verso la comunità di Nueva Providencia. Per arrivare abbiamo fatto una splendida camminata di un’oretta nella foresta lungo un sentiero circondato da una fittissima vegetazione. Abbiamo scoperto che quasi tutte le piante hanno il proprio uso: per curare gastriti, ulcere, lesmaniosi, ma anche per realizzare utensili per la cucina, per costruire le capanne e le loro coperture, per fare corde che, insieme a semi colorati, vengono anche trasformate in collane e braccialetti (di cui siamo ormai pieni). Anche qui Maion a iosa fortunatamente accompagnato da pollo, palmito, Yucca bollita, Guaba.
Ormai mangiamo di tutto.
 
 
Martedì 9 novembre
 
Oro nero
Ci dirigiamo verso Lago Agrio, cioè “lago acido”, una grigia cittadina sorta in seguito allo sfruttamento petrolifero di questa regione amazzonica. I costi di questo sfruttamento sono stati altissimi per la popolazione e per l’ambiente. E lo constatiamo con i nostri occhi.
Ci attendono Donald Moncayo, avvocato che segue la class action contro la Chevron-Texaco, e Ermès Chaves, presidente del Fronte per la Difesa dell’Amazzonia.
Ci portano nella foresta, a vedere la terra attorno ai pozzi n. 2 e n. 24.
Qui le pompe lavorano ancora, giorno e notte, ma di petrolio non ce n’è quasi più. La terra è nera, puzza di petrolio. È così, ci spiegano, fino a cinque metri di profondità. Provano a sciogliere una zolla e quello che viene fuori è una poltiglia oleosa e nerastra. È così dappertutto. Ci raccontano di come avveniva fino a poco tempo fa l’estrazione dell’oro nero, del riversamento delle acque sporche nelle “piscine” a cielo aperto, dei litri e litri di petrolio che venivano riversati nelle strade, per abbattere le polveri una volta disboscata la foresta, e di come i liquami siano finiti nei fiumi, intossicandoli.
Ci mostrano una casa dove vive una famiglia con un bambino piccolo, che dorme nell’amaca: l’acqua da bere la raccolgono dalla grondaia perché quella del pozzo è contaminata. Ci parlano delle persone che si ammalano di cancro, il 150% in più della media nazionale. Ci parlano della violenza di chi vuole le loro terre a tutti i costi: in una mano i soldi, nell’altra la pistola.
Ci raccontano, infine, della battaglia che stanno combattendo contro la Chevron-Texaco. Nel 2003 tentamila cittadini ecuadoriani si sono costituiti parte civile contro questa azienda, accusata di aver decimato la popolazione nativa e di aver distrutto la foresta pluviale, intossicando irrimediabilmente il suo delicato ecosistema. Siamo sconcertati e arrabbiati. L’ottima cena e le belle danze organizzate per noi dal FEPP non riescono a toglierci l’amarezza. Il viaggio prosegue.
 
 
Mercoledì 10 novembre
 
Montagne e contraddizioni
di Aminata
Prima di lasciare Lago Agrio abbiamo visitato un’ultima cooperativa di risparmio e credito, dove ci hanno accolto con la solita cordialità ed entusiasmo. Poiché alcuni compagni di viaggio hanno scelto di rientrare a Quito in aereo, abbiamo dato un passaggio in autobus ad alcuni membri delle cooperative di Lago Agrio che dovevano recarsi alla convention, l’8° Encuentro Ecuador Italia. Abbiamo viaggiato per 3 ore lungo una delle più importanti arterie dell’Ecuador, che a tratti aveva le sembianze di una nostra disastrata strada di campagna, costeggiando i tubi dell’oleodotto e le stazioni di pompaggio.
Abbiamo avuto modo di vedere una delle contraddizioni ecuadoriane, tipiche di tutti i Paesi in via di sviluppo: ci siamo fermati per pranzo nel Resort termale di lusso di Papallecta. Dopo un pranzo a base di trota, meno divertente dei pranzi a base di pollo offertici dalle cooperative, abbiamo proseguito il viaggio alla volta di Quito attraversando un passo montano a 4.100 metri sul livello del mare.
Nella periferia di Quito abbiamo salutato i nostri compagni di viaggio ecuadoriani che si sono fermati in un centro religioso e noi abbiamo proseguito alla volta di uno spettacolo (di lusso) di danze tipiche ecuadoriane che avevano forse un po’ meno sentimento di quelle ballate tutti insieme nelle cooperative.
Aminata
 

Giovedì 11 novembre
 
Al via l'ottavo Encuentro Ecuador Italia de finanzas populares
di Camilla
Sala Conferenze Hotel Quito , ore 9,00. Alla spicciolata arrivano i ‘companeros ‘ italiani, i direttori delle cooperative e delle organizzazioni cooperative locali, e i ‘companeros’; tra questi tanti volti noti, persone conosciute durante questi 10 giorni di incontri. Volti che magari fatichiamo ad associare ad un nome e ad un contesto preciso, ma che salutandoci con un sorriso caloroso mostrano di ricordarsi di noi. A poco a poco la sala si riempie .
Arriva anche la Ministra –coordinatrice delle Politiche Sociali.
Gli inni nazionali di Ecuador e Italia aggiungono solennità al momento. La sala è piena.
Inizia l’8° Encuentro Ecuador Italia de finanzas populares.
 
Toccare con mano
di Alice
Durante il Convegno l'intervento di Veronica Navarrete, gerente della Comunità Malcingui, mi ha colpito e fatto riflettere sulla profondità e sullo spessore di questa gente.
Dalle sue parole si evince la costante ricerca di contatto, non solo formale, con i soci della sua comunità. Lei dice: "Noi tocchiamo i nostri soci".
Toccare.
Nella nostra realtà è un verbo che cade in disuso nella età adulta, proprio perché ci sentiamo sicuri e protetti dentro alla nostra sfera. Guai a spingersi oltre, abbiamo paura di perdere certezze, stabilità e cadere dalla individualità nella diversità, che qui assume valori e contenuti spesso dimenticati. Quel toccare fisicamente riscopre e rende salde identità culturali comunitarie e umane.
Mani che si uniscono per esaltare la forza di un sogno, il riscatto e la valorizzazione dell'uomo, nella sua dignità e nella esaltazione dei suoi talenti. Mani, come quelle disegnate da Guayasamin, che raccontano una storia di un popolo, ma che contengono e custodiscono due gemme inestimabili la fiducia e la speranza per un domani migliore. 
 
Amicizia e danze
di Aminata
Dopo il convegno, durato tutto il giorno, ci hanno fatto riunire in una sala dove ci attendeva un gruppo musicale ecuadoriano. Hanno suonato per un po' i loro successi e poi ci hanno omaggiato con una versione ecuadoriana di Bella ciao.
Poco dopo la musica si è fatta molto più vivace ed i primi, per lo più ecuadoriani, hanno iniziato a ballare.
Pian piano siamo stati coinvolti nelle danze. Poco dopo sono arrivati animatori, clown, ballerine, trampolieri che hanno scatenato l'entusiasmo dei presenti, ormai numerosi.
Presidenti, direttori, vicedirettori italiani e ecuadoriani hanno ballato insieme una danza gioiosa e piena di amicizia.
Due ore, solo due ore, dove non abbiamo sofferto l'altitudine e abbiamo suggellato la nostra amicizia con l'Ecuador.
piedino
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