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Nel 2001 il primo incontro tra Luigi Pettinati, direttore di Cassa Padana, e Bepi Tonello, incontro che è stato la scintilla del progetto "Microfinanza Campesina".
Per celebrare quella prima stretta di mano, a settembre 2011 un gruppo di dipendenti e amministratori di Cassa Padana è stato in Ecuador per visitare Codesarrollo e i progetti finanziati nel corso degli anni.
Di seguito le varie tappe del viaggio, giorno per giorno, raccontate da Claudia Corini.

Venerdì 16 settembre
L'inizio di un viaggio nel tempo

Aeroporto Mariscal Sucre, Quito. La prima cosa che mi colpisce è il caos. Tempo di stropicciarmi gli occhi, dopo l’atterraggio, e vengo repentinamente catapultata nella più classica delle metropoli sudamericane. Famiglie ammassate fuori dagli “arrivi” che abbracciano parenti tornati da lontano, chiassosi venditori ambulanti di caramelle e sigarette, gruppi turistici spaesati e ingombranti; un manipolo di persone, salutate dai clacson squillanti di Quito, sono lo scenario che mi accoglie in un’indefinibile ora del tardo pomeriggio ecuadoriano.

Ciò che noi, gente del Nord, facciamo prima ancora di calpestare la terra a Sud del parallelo zero, è toglierci maglioni e giacche pesanti. In fondo siamo all’Equatore, no? Ma non appena scesa la scaletta dell’aereo, un vento fresco e rapido ci avvolge festoso e immediatamente, come pecorelle in coro, ci rivestiamo di tutto punto! “Che strano questo ‘Sud del mondo’, ma non si doveva morire di caldo?” Si legge negli sguardi stanchi e un po’ smarriti dei nuovi arrivati. In realtà, la cosa più assurda è che ci si aspettasse una canicola africana a più di 2800 metri dal livello del mare! Ci gettiamo in mezzo agli ingorghi dell’ora di punta, tutto è caos!
Il nostro albergo non è distante, ma il traffico ci rallenta, ci illude, poi si ferma e riprende, in un valzer di smog e rumori. Con occhi semichiusi cerco il vulcano Pichincha, ma il mio già scarso senso dell’orientamento guarda nella direzione sbagliata. Il primo pensiero comune è stato: strana città Quito, stretta stretta, cinta ai lati da picchi vulcanici, si estende come un lungo fiume di lucciole per più di 40 km. Chissà se qualcuno sa che è la seconda capitale più alta al mondo…
Giungiamo finalmente in hotel e dopo una cena frugale tutti in camera a fare i conti con le inutilmente pesanti valigie e il jet-lag che non perdona. Spesso mi domando: perché ci ostiniamo sempre a portarci dietro tutte le nostre cianfrusaglie quando viaggiamo? Come mai siamo così irrecuperabilmente legati più ai nostri vecchi oggetti che aperti al nuovo, allo sconosciuto, all’incognito? Non sarebbe meglio arrivare in un luogo, finora da noi inesplorato, con una borsa vuota da riempire al ritorno, di ricordi, volti ed insegnamenti? Se riuscissimo ancora una volta a sentirci come bambini il primo giorno d’asilo, quanto tutto era irresistibilmente ignoto, dove una scatola colorata conteneva un mondo di divertimento e i pastelli erano il metro di misura delle emozioni, non riusciremmo finalmente a godere del singolo attimo, senza preoccuparci troppo del risultato d’insieme?
 
Sabato 17 settembre
Uno scrigno di colori

Il mio primo giorno in Ecuador inizia presto. Alle 6.00 del mattino Quito è ancora in ordine, apre gli occhi con pochi veicoli sulle strade e tutto pare ovattato da una trapunta nebulosa che ci avvolge. “Tanti km per ritrovare solo la buona vecchia nebbia”, pensa qualcuno, ma non avevamo detto che siamo a quasi 3000 m d’altitudine? Allora queste sono nubi e Quito è più vicina al Cielo di quanto non lo siano le nostre pianure tanto famigliari e dalle quali, sembra proprio, non riusciamo a staccarci.
Dopo una breve visita ad una serra botanica, durante la quale apprendiamo che l’Ecuador è uno dei maggiori esportatori di rose al mondo e che questi fiori deliziosi crescono qui turgidi e resistenti più che in ogni altro paese del Nord, ricuciamo le nostre bocche aperte di stupore e ci avviamo verso il grande mercato di Otavalo! Otavalo. Ogni sabato, in questa cittadina, si svolge un importante mercato e senza farmelo ripetere due volte, mi tuffo a briglia sciolta in una foresta di ponchos colorati, cappelli dalle forme strane, profumi di cannella e zucchero, monili di ogni tipo, acchiappa sogni e manufatti tessili vivaci e impeccabilmente confezionati.
C’è allegria nell’aria, ma che non somiglia nemmeno vagamente all’ossessiva ostentazione di una finta felicità che si vede spesso dalle nostre parti, oh no, tutt’altro! Qui il mercato del sabato è una festa a cielo aperto, i venditori contrattano sul prezzo, gentili ti invitano a vedere i loro prodotti, senza insistenza né artifici, cercano di convincerti della qualità e della bellezza del manufatto perché sono loro stessi gli autori di questa creazione. I festeggiamenti proseguono, le donne, con le loro camicette bianche ricamate arcobaleno, riempiono l’aria di squisiti profumi, la melodia di parole in lingue antiche colora i volti; turisti se ne vanno soddisfatti, rimirando fra le mani il loro ultimo affare, compiacendosi di essere proprio dei “grandi affaristi”, mentre alle loro spalle, un artigiano soddisfatto si chiede stupito come fa la gente del Nord a spendere tutti quei dollari, per un oggetto che si potrebbe costruire anche da sé! Ma il tempo stringe e noi ce ne andiamo, carichi di regali e sfizi a cui proprio non potevamo rinunciare. Direzione Salinas de Ibarra e visita alla prima cassa rurale del nostro programma.  
Un gruppo di ragazzi di questa comunità nera, ultimo retaggio della triste storia della schiavitù in America, ci accoglie con bonghi e percussioni dal retrogusto africano che come un balsamo rigenerante invadono il mio corpo con una nuova voglia di muovermi e ballare. Un breve pasto e poi ci si tuffa nel cuore del nostro programma di viaggio: celebrare i 10 anni di collaborazione e fratellanza di Fepp e Codesarrollo con Cassa Padana, scanditi dalla nascita e dallo sviluppo del progetto “Microfinanza campesina”, che ha visto la creazione, in diverse zone dell’Ecuador, di vere e proprie casse rurali (sull’antico modello di Raiffeisen) che, durante questo decennio, hanno concesso piccoli crediti agli strati più poveri e marginali della società ecuadoriana, dando una possibilità di riscatto a tutti coloro che non osavano nemmeno chiederla. Un modello di microfinanza popolare, ben lontano dalle economie di scala e dal lucro spietato a cui siamo tristemente abituati, che ha trovato terreno fertile in questa terra di valori morali, bontà d’animo e vivace intelligenza.
Ma torniamo a Ibarra, i suoi abitanti dalla pelle d’ebano ci accompagnano in un’improvvisata gita per le viuzze del piccolo paese e aprono porte, braccia e cuore al nostro passaggio, gesti sinceri conditi d’ ampi sorrisi, in un pomeriggio pieno di sorprese e soddisfazioni per noi, che possiamo finalmente vedere nei loro occhi l’orgoglio di chi sa resistere alle avversità e che ci è riuscito, in parte, anche grazie ai nostri sforzi. Come al solito, il tempo è tiranno anche qui e prontamente dobbiamo abbandonare quest’oasi di equilibrio solidale e semplicità; il nostro serrato programma, infatti, non aspetta i ritardatari e di nuovo la leggendaria Panamericana Norte ci riporta in città, dove una breve sosta in una pizzeria italiana di Quito, ci fa tornare nostalgicamente alla più classica delle nostre tradizioni culinarie.
Ma non ci si può crogiolare a lungo, la notte è giovane e Quito in fermento. La capitale, avvolta nell’oscurità, è uno spettacolo di luci, colori ed emozioni agitati e mischiati come un cocktail tropicale dal forte vento che adesso si è alzato e che trasporta lontano pensieri e preghiere; così in alto da arrivare fino alla “Virgen de la Ciudad”, una statua imponente dallo sguardo benevolo, che protegge dolce i Quiteños e, dall’alto della sua vetta, li ascolta, ne riceve sguardi e orazioni provenienti da tutti i punti della città.
Il traffico si placa, come se la Signora di Quito avesse dato ordine a tutti di tacere, di lasciarla un po’ riposare! Le strade sembrano deserte, lunghi serpenti addormentati, strette discese e irte salite. Ordinate facciate coloniali del centro storico fanno bella mostra nel gomitolo di vie che cinge il palazzo del governo e la cattedrale, centri religiosi e politici si susseguono come gli stili e le epoche, formando un meraviglioso e armonico insieme di colonne, portoni barocchi e arcate lignee finemente decorate. Una volta, un Quiteño doc mi disse che questa è la più bella città del Sud America e, sebbene io pensi che la bellezza di una città stia soprattutto negli occhi dei suoi abitanti, questa volta mi sento pienamente d’accordo con lui!

Domenica 18 settembre
La Mitad del Mundo
 
L’alba e la tanto odiata sveglia arrivano troppo in fretta, quando ancora gli effetti collaterali del canelazo della sera prima rendono un po’ più difficile l’alzarsi dal letto. Ma incontenibile è la voglia di vedere ciò che mi aspetta oggi, e così mi catapulto velocemente a fare colazione.
La Capilla del Hombre è un luogo quasi mistico, fortemente voluta da uno dei più grandi artisti ecuadoriani Osvaldo Guayasamin, è emblema e portavoce del suo messaggio, nonché della sua passione per l’antica storia dell’Ecuador. Innamorato della sua città (ha dipinto Quito più di 300 volte), mosse critiche profonde ai mali dell’uomo contemporaneo, alla crudeltà, alle guerre e alle discriminazioni. Attraverso le sue opere si possono rivivere i momenti più tragici della storia contemporanea dell’America Latina e dei suoi protagonisti.
Profonda tristezza che si tramuta in rabbia per le ingiustizie, le discriminazioni razziali, i delitti della guerra; temi così tristemente attuali che questi capolavori, oltre ad essere ammirati, dovrebbero più di ogni altra cosa, indurci a riflettere, ma per pensare intensamente serve tempo e nell’epoca del “tutto e subito”, in cui oggi è già ieri e il domani è arrivato da un pezzo, chi si può permettere il lusso di guardarsi indietro? “Mantengan encendida una luz, que siempre voy a volver”, tenete accesa una luce, che io ritornerò sempre. Questa luce è sempre viva qui a Sud del mondo, in Ecuador soprattutto è il bagliore di un lampo che spunta dagli occhi di coloro che, in dieci anni, hanno dato anima e corpo per realizzare un sogno di cooperazione e di legittima felicità, per i campesinos, per gli indios, per i meticci e per coloro che erano poveri solo fuori, ma non dentro. Ci sono uomini che lottano tutta la vita, c’è chi al posto della forza usa un pennello come Guayasamin, chi come bandiera porta una fede, come i tanti missionari che abbiamo incontrato e chi invece delle armi usa il potere più forte che c’è: l’amore. È di questi uomini che non si può fare a meno. 
 
La Mitad del Mundo è un luogo imponente, da lì passa la linea immaginaria dell’Equatore, calpestarla ha fatto riaffiorare ricordi lontani, quando, col dito sull’atlante, la seguivo per toccare tutti i paesi solcati dal parallelo zero, sempre sognando di poterli visitare, un giorno. Che sciocca convenzione dividere in due il mondo, perché ci devono essere un Nord e un Sud? Non era più facile quando questi erano solo due i punti cardinali? Non era forse più bello sapere che, in fondo, le regole che hanno portato i paesi del Nord ad un lento e graduale declino dei valori, possono essere ancora considerate solo delle eccezioni? Se non esistesse l’Equatore, noi non sapremmo che a Sud la terra è più ricca e rigogliosa, che le popolazioni sono più numerose, che la vita è più vicina, nella sua essenza, agli albori ancestrali e con ogni probabilità, non ne saremmo così invidiosi da tentare ostinatamente di minare questo primordiale equilibrio con i nostri eccessi, le speculazioni e l’odio.
Ci sono tante lezioni che dovremmo imparare prima di sederci in cattedra a fare i professori, questo mi hanno insegnato alcuni (pochi) giorni a Sud del mondo! Ho imparato che la tenerezza di un bambino va protetta con la durezza, altrimenti il forte vento della sierra si porterà via tutti i suoi sogni e che il dolore di generazioni passate, piegate, spezzate dalla falce della crudeltà razziale, non può paralizzarci. Ed è a questo che i progetti di microfinanza campesina realizzati in Ecuador servono, servono a noi per liberarci dall’egoismo, dalla mediocrità di una vita superficiale e insensata, dal potere e dai suoi giochi; ma soprattutto servono ad un Sud ricco in potenza, ma ancora troppo acerbo per trasformarsi in atto.
 
 
Lunedì 19 settembre
Dove nasce un sentimento

Terzo giorno. Queste lunghe riflessioni notturne (o diurne? Che ore sono per il mio corpo a testa in giù?) mi ricordano che ormai è lunedì, il giorno delle celebrazioni formali del decimo anniversario di amicizia, collaborazione e cooperazione fra Cassa Padana e Codesarrollo, e devo ammetterlo: qui i festeggiamenti si fanno in grande.

Ogni volta che ho incontrato un’amica o un amico del Fepp o di Codesarrollo, ho sempre ricevuto un caldo abbraccio e sorrisi spontanei così che la gioia dell’incontro si trasformava in qualcosa di familiare ed intenso; li osservo accogliere i miei compagni di viaggio e mi chiedo se potrebbe bastarmi un’intera esistenza per imparare la loro grande generosità, di quelle che si incontrano raramente nella vita. Anima della festa, nonché impeccabile anfitrione Bepi Tonello, cuore, anima e mente del progetto di microfinanza campesina che lega Italia e Ecuador ad un filo sottile, ma speriamo indissolubile; una collaborazione assolutamente equa, dove ognuna delle parti porta il meglio di sé, senza per questo cercare di prevaricare sull’altra.

Il momento solenne degli inni nazionali ci vede tutti in piedi mano sul cuore; parte quello di casa, tutti cantano con naturale orgoglio, adesso è il nostro turno, non vogliamo essere da meno e ci immedesimiamo in una performance canora degna del miglior mondiale di calcio! La competizione, fortunatamente, si ferma alle note nazionali, perché il resto della mattina celebra coralmente una fratellanza, fondata sulla condivisione dei valori cooperativi. “Con intelligenza, sudore e amore cambieremo l’Ecuador” dice Bepi e noi come potremmo non essere d’accordo? Noi che, incontrando grandi difficoltà, portiamo avanti ogni giorno nel Nord del mondo la bandiera della mutualità nelle sue diverse declinazioni, che uniti potremmo concretamente costruire un ponte per chiudere il baratro fra Nord e Sud. Noi che spesso, troppo spesso, ce lo ci dimentichiamo cosa vuol dire portare avanti il bene comune, che amare è difficile, che non basta fare la carità con l’aria di chi si sente superiore agli altri, che voler il bene di qualcuno non significa solo farne la felicità di un attimo, ma anche evitargli sofferenze, guadagnarsi il suo rispetto mantenendo le promesse fatte, che quando i capitali si perdono e le economie crollano, ciò che resta sono le persone ed è da loro che si deve sempre partire.
Arrivare a Salinas non è poi così difficile, se hai un bus dalle sospensioni ormai in pensione e un autista esperto come il nostro Alberto, arduo è, piuttosto, resistere alle prove che ti pone davanti l’altitudine. Siamo a 3550 metri sopra il livello del mare, qui anche le zucche più vuote si sentono pesanti e fare due passi in salita equivale più o meno allo sforzo fisico che richiede scalare l’Everest! Boccheggianti, riarrotoliamo le lingue in bocca davanti a questo esempio di sviluppo sostenibile, solidale, campesino.
 
Di questo pensiero si fanno portavoce i nostri rappresentati, il nostro direttore generale e il presidente, entrambi uniti nel sancire questo scambio decennale come un esempio da seguire, anche in altri paesi, con l’unico sincero augurio di un futuro che veda il crescere e il rafforzarsi di questa cooperazione, a perenne monito nostro e per le generazioni che verranno! L’anniversario di questa unione si conclude con un piccolo presente che si trasformerà presto in un enorme ricordo per tutti coloro che fra altri 10 anni, forse, potranno finalmente dire “noi c’eravamo, eravamo lì”! Riposte giacche e cravatte nei nostri ingombranti bagagli, partiamo verso l’anima del nostro viaggio: la sierra! La strada che percorriamo è lunga e impervia a tratti quasi insopportabile con i suoi continui sbalzi d’umore, le improvvise buche, i sassi e i dirupi, ma si sa: il fascino del viaggio sta nelle sue difficoltà! E così via senza paura, risaliamo la scoscesa strada che ci porta a Pujili, ultima residenza di padre Tone Bresciani, colui che dalla profonda bassa è giunto alle vette andine per diffondere conforto e amore incondizionati, sentimenti che vivono e si trasmettono attraverso le parole delle persone che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, capirlo e assecondarlo nella sua folle passione per i poveri, gli emarginati, i derelitti.
Ci aprono le porte di una vivace, seppur magra, chiesetta i volontari dell’Operazione Mato Grosso, gli amici Peppo e Adriana e i “colleghi” di Tone padre Pio e Pino, i salesiani cresciuti insieme al leggendario padre che, guidato da una profonda fede e da un’innata generosità, dedicò tutta la sua vita agli abitanti di questa terra dura ed aspra, contagiando tutti con la sua assordante risata. Lui non c’è più, ricordano in coro, ma il suo spirito è più vivo che mai e sarei pronta a scommettere che nelle fredde notti andine, qualcuno sente ancora quella risata confortante.
Lasciamo Pujili con l’animo pesante di chi si domanda dove si trova tutto quel coraggio per scegliere di donare, incondizionatamente, la propria vita agli altri; come ci si dimentica di se stessi a favore di qualcosa di molto più grande? O forse ci si mette da parte solo per un po’, ed è quando pensi di esserti perso totalmente che invece ti riconosci davvero! Pensieri come questi ci turbano, ma abbiamo il cuore leggero, l’animo sereno di chi sa che per ogni abuso, ingiustizia o delitto, ci sono un volontario, un amico, una guida spirituale pronti ad aiutare chi è caduto e chi dal pozzo della povertà pensava non si sarebbe mai rialzato. La vivace cittadina di Ambato ci ospita per una notte sotto il suo cielo vellutato e la mattina di buon’ora ci vede riprendere il cammino verso Salinas di Guaranda, come un simpatico circo itinerante.
 
Martedì 20 settembre
Perdersi nella sierra.

Arrivare a Salinas non è poi così difficile, se hai un bus dalle sospensioni ormai in pensione e un autista esperto come il nostro Alberto, arduo è, piuttosto, resistere alle prove che ti pone davanti l’altitudine. Siamo a 3550 metri sopra il livello del mare, qui anche le zucche più vuote si sentono pesanti e fare due passi in salita equivale più o meno allo sforzo fisico che richiede scalare l’Everest! Boccheggianti, riarrotoliamo le lingue in bocca davanti a questo esempio di sviluppo sostenibile, solidale, campesino.
 
Nei dintorni questo affannato paesello, oltrepassato il deserto di arena, le uniche forme di vita sono chuquiragua (nome Quechua di un delizioso fiore color arancio) e le selvatiche vigonie, quadrupedi curiosi dalla forma slanciata di una gazzella e il collo lungo e sottile. È in questo luogo lontano e apparentemente inospitale, oltre l’ennesima ripida salita, che si trova Salinas de Guaranda. I suoi abitanti, per la maggior parte di origine campesina, grazie ai piccoli prestiti concessi dalla locale cassa rurale, hanno fondato una vera e propria rete di cooperative e industrie comunitarie fondate dagli stessi, per i bambini, i giovani e gli anziani, insomma per Salinas, per coloro che la vivono adesso e per quelli che arriveranno, per evitare la piaga dell’emigrazione (molto diffusa in Ecuador), che oltre alla struggente nostalgia di Casa, aggiunge inesorabile, l’anonimato di una vita senza più origini.
In questa cornice andina, attorno ad un fuoco sempre acceso, ho ritrovato il calore di casa nel giorno di Natale, l’atmosfera paziente di chi sa attendere che l’altro abbia finito la propria orazione, prima di parlare; il sereno altruismo di una ragazza della mia stessa età, Paola, che mi spiegava come, prima di sposarsi, vuole mantenere la promessa fatta ai propri genitori di far studiare fino all’ultimo fratello. Ragazzi come me, che lavorano nel caseificio, nella filanda o al rifugio. Le cose che abbiamo in comune nemmeno le immaginavo prima, e dovevo perdere fiato fino ai 3500 metri per ricordarmi in che cosa credo, dei miei sogni, del fatto che per realizzarli, devo guadagnarmeli con impegno e costanza, niente di più di quello che hanno fatto questi ragazzi. Attorno al fuoco, accanto a noi, ci sono Vinicio, Fabian e José. Non tutti capiscono lo spagnolo, la traduttrice poi, è quello che è, ma nella loro voce si riconosce distintamente il guizzo dell’orgoglio di chi ha costruito qualcosa dal niente e non l’ha fatto solo per sé, ma per un bene comune.
Gli ascoltatori, in cerchio, percepiscono un lampo di dignità nei loro occhi, la fiera dignità di chi si guadagna il pane che mangia con la propria fatica; le orecchie del pubblico, disturbate da un’insistente interprete, sentono il battere forte dei loro cuori giovani e brillanti che amano la terra da cui sono nati e che lottano, e hanno lottato, per far sì che il loro passato, il sangue che scorre nelle loro vene, antico e ricco di vita, non venga dimenticato. Raramente ho incontrato coetanei con un tale rispetto per le proprie origini, con un orgoglio così spiccato e un amore per ciò che sono e che si portano dentro come a Salinas di Guaranda, nel cuore della sierra ecuadoriana. I sentimenti dai quali sono mossi, li portano a combattere quotidianamente per la propria terra e per la loro storia, troppe volte violentata, sfruttata e calpestata anche da noi, gente del Nord del mondo, abituata ad uniformarsi alla massa, a scegliere in base a ciò che gli altri penseranno di noi, a vestirci tutti uguali per essere accettati, a rinnegare spesso ciò che siamo in nome dell’apparenza.
Noi, che prendiamo e pretendiamo dalla nostra terra senza darle mai nulla in cambio, abbiamo molto da imparare dai racconti di questi ragazzi sognatori come me, che sono diventati soldati per difendere ciò che sono. La candela si spegne nel rifugio e nel buio della notte mi avvio verso la mia stanza, il vento ulula forte alla finestra, potrà portarsi via un altro po’ di terra e sabbia nella sua incessante erosione, ma certo non volerà via il fuoco acceso in questi giovani cuori.
 
Mercoledì 21 settembre
Fiesta a Riobamba

Splende un sole che brucia la mattina dopo a Guaranda ed è il segno che aspettavamo per ripartire. Attraversiamo nuovamente il deserto in tutto il suo spietato splendore, il vento insistente continua ad avvolgerci, mentre raggi infuocati, sopra le nostre teste, ci bruciano le gote.
Ecuador, adesso ho capito definitivamente perché la pelle dei tuoi bambini appare spesso vecchia prima del tempo, segnata dal sole e dai forti venti della sierra. Il nostro arrivo nella comunità di Simiatug è un’unica festa di colori, anche qui la popolazione, per la maggior parte di origine indigena, si è organizzata ed ha formato una piccola cooperativa locale.
Gli abitanti hanno preparato un’accoglienza senza eguali, le danze e la musica campesina ci accompagnano per i minuscoli vicoli impervi del centro abitato e tutti sono invitati a condividere l’allegria che si sprigiona dalle maschere multicolore dei ballerini, dai colletti ricamati delle ragazze, dai ponchos accesi delle signore che si dischiudono a rivelare piccole sorprese di vita, per la verità, un po’ allibite e diffidenti al passaggio di tanta rumorosa ilarità.
L’arrivo a Riobamba e la visita alla nuova sede del Fepp e Codesarrollo, edificio di cui Cassa Padana ha finanziato la costruzione, hanno per me già il sapore amaro della partenza. Il vortice emotivo che mi aveva rapito dal primo istante in cui ho calpestato questa terra antica, mi hanno fatto scordare il tempo che passa inesorabile, complici il fusorario e una leggera botta in testa (incidenti di una viaggiatrice un po’ naive), i quali aggiungono confusione al mio già precario equilibrio spazio temporale; ma tornare a Quito per la notte significa solo una cosa e io lo so bene: domani si torna a casa.

 

 

Giovedì 22 settembre
La fine di un viaggio non è forse un inizio?

Una breve visita all’ospedale “Un canto a la Vida” è l’ultima, ma non per importanza, dimostrazione di come il principio di mutualità internazionale da noi promosso può dare soddisfazioni meravigliose, se copri di terra un piccolo seme, lui ti darà i suoi frutti e, in dieci anni, i risultati di questa collaborazione si sono raccolti insieme alla soddisfazione di vederli crescere. Ma non c’è più tempo, le somme sono state tirate, gli amici salutati, i luoghi lasciati.
Non ho fatto i bagagli prima di partire, li ho svuotati per far posto agli occhi sorridenti di Luis, al calore dell’abbraccio di Isabel, all’amicizia di Diego, al sorriso di un bambino al quale ho regalato una caramella, alla sincerità di Paola e dei suoi fratelli più piccoli che, grazie a lei e al suo libero sacrificio, finiranno tutti la scuola, all’ospitalità di Bepi, allo sguardo austero e amorevole della Virgen della Ciudad, alla quieta potenza del Chimborazo, al fiero orgoglio delle comunità di campesinos che mi hanno dimostrato, senza grandi gesti, che è possibile vivere in piedi anche nei momenti più difficili e a tutti colori dell’Ecuador; Guayasamin diceva che se guardi nel profondo di ogni persona puoi vedere un colore, beh, secondo me, questo non vale per l’Ecuador, perché a lui può corrispondere solo tutto l’arcobaleno!
Con lo sguardo perso nella sala d’attesa di un aeroporto del Sud del mondo, cerco i volti dei miei compagni di viaggio, gli stessi che una settimana fa, arrivati a Quito si spogliavano di maglioni e camicette “perché al Sud fa caldo”. “Noi, quelli di allora, non siamo più gi stessi” diceva Neruda, ed è vero. In una fresca sera di metà settembre, in una piccola chiesetta di Pujili, uno sperduto pueblo andino, un saggio vescovo diceva “chi se ne va dall’Ecuador, torna a casa migliore di quando è partito” e questo è quello che auguro a me e a tutti i miei compañeros de viaje. Io non so ancora perché chi viene qui decide quasi sempre di restare, non ho trovato la risposta alla mia prima domanda, ma adesso so un po’ meglio dove cercarla!
 
piedino
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