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Sabato 27 settembre 2003 - Forti donne d'Ecuador


di Valerio Gardoni

Dall'oblò dell'aereo lo sguardo si perde sull'infinita distesa blu dell'oceano. Piccole nuvole tondeggianti sospese a mezz'aria proiettano l'ombra sull'acqua come fossero tanti isolotti.

Mi sono imbarcato solo sul gigante uccello meccanico, dividendo la lunga e noiosa trasvolata oceanica con una folla di visi, colori e voci, seduto per ore ad ammirare il paesaggio dell'oceano. Mi fa compagnia una signora.
Timidamente mi dice di chiamarsi Maria, ha il viso brunito, i tratti andini, il naso leggermante aquilino, gli occhi orientali ornati da rade soppraciglie, le labbra pronunciate disegnano un perenne sorriso che non scompare anche quando chiude gli occhi per riposare.

Dopo il primo imbarazzo e il rossore che ha ramato il suo viso, mi racconta d'essere madre di quattro bellissimi figlioli, il primo Marcello ora ha sedici anni anni, la piu' piccola, Rosa ne ha compiuto sei. Sospira, socchiude gli occhi. Da tre anni non rivede i loro visi, un tempo infinito come l'oceano visto dall'oblò.

Era partita dalle pendici dei vulcani d'Ecuador, Maria, lasciando il marito a zappare la terra scura, con il coraggio e poche cose nel sacco, senza una meta e una dimensione geografica, aveva lasciato la valle ai piedi delle vertiginose cime delle Ande per l'Europa in cerca d'una speranza, di un lavoro per dare dignità alla vita dei suoi figli.

Nel raccontare, con la voce timida, quasi sussurrando con imbarazzo, sento la sua forza, respiro la caparbietà del suo andare decisa. Ha incominciato a otto anni a lavorare sodo, la madre era povera, molto povera e con molte scodelle da riempire alle tante bocche sempre affamate, ricorda le miserie, le privazioni, Maria, senza nessuna rabbia o rancore, ma con la sola forza di volere un futuro migliore.

Non sapeva leggere e scrivere, ora qualcosa ha imparato, mi chiede di compilarle il questionario da consegnare in frontiera, poi con calma scrive la firma, la legge e rilegge, la corregge, in fine cancella la correzione... Fra poche ore sara' di ritorno nella sua bella terra d'Ecuador, potrà riabbracciare i figli cresciuti e il marito rimasto a coltivare ortaggi e rose.

Le rose di cui gli ecuadoregni vanno fieri, Maria le ha ricamate sul colletto inamidato della camicia bianco avorio che esalta il colore della pelle e le dona un aspetto elegante e signorile.

Due ragazze sedute davanti avevano seguito il narrare del racconto di Maria e le mie invadenti domande in spagnolo zoppicante. Glenda una bella ragazza dai lunghi capelli neri, un bel vestito ritorna dopo cinque anni dalla periferia di Milano, dove ha cucito giacche e pantaloni senza un giorno di tregua, risparmiando come una laboriosa formica.

Guarda l'orologio, impaziente, gli anni sono un tempo lungo, calcolato sull'amore d'una madre. Il figlio, rimasto con i nonni compirà nove anni la prossima domenica, Glenda vuole essere là col lui, abbracciati a sognare un giorno di quando sarà dottore, e insieme resteranno nella casa in riva all'oceano Pacifico a ascoltare il ritmico infrangersi delle onde sulla spiaggia e il vento che porta in profumo del mare e arruffa le piume ai pellicani.

Le ore di viaggio passano, ascolto attonito i racconti di una vita dura, di donne emigranti, tenaci, pronte a qualsiasi sacrificio per l'amore dei figli che faranno fatica a riconoscere. La memoria corre ai tempi della scuola, al mio compagno di banco alle elementari, il padre era emigrato, come tanti in Germania per lavoro, tornava a casa solo per le feste comandate.

Ricordo il vuoto nella sua vita, era sempre triste, veniva a giocare nel cortile di casa, molte volte rimaneva per la cena. Rammento il suo sguardo malinconico seduto alla tavola della mia famiglia unita. Quando l'aereo perde quota e s'avvicina alla terra, Maria sgrana gli occhi lucidi - Mira el Cayambe, es un vulcano fuerte ! - Forte come il tuo cuore Maria ! - L'aereo atterra sulla bruna terra d'Ecuador incorniciata dagli imponenti vulcani, forti come le sue donne, volti di un'umanità che troppe spesso liquidiamo come estracomunitari.

piedino
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